Invisible Bonds · Capitolo 1
Non ti azzardare a lasciarmi

Mi chiamo Patrizia e questa è la storia di un legame che, quando è cominciato, non sapevo ancora quanto avrebbe cambiato la mia vita.
Prima di Darko avevo già conosciuto l'amore per i cani.
Nella mia famiglia c'era stato Billo. Un pastore tedesco a pelo corto, maschio, buono e affettuoso con tutti. Lo avevamo preso che aveva due mesi ed è rimasto con noi tredici anni.
Billo non viveva in casa. Aveva la sua cuccia accanto alla porta d'entrata e dormiva lì, fuori. Faceva la guardia. Alla casa e a noi. Bastava un rumore, di giorno o di notte, e Billo abbaiava. Non c'era bisogno di chiedergli niente: lo faceva e basta, come se quello fosse il suo compito nella famiglia.
Voleva bene a tutti. Forse un po' di più a me, perché ero io che gli davo la pappa. Quando partivamo, veniva un nostro amico a dargli da mangiare, e lui aspettava. Non aveva grandi manie, Billo. Era semplice. Era buono. Era lì.
Poi un giorno mi accorsi che qualcosa non andava.
Gli toccai la pancia ed era durissima. Sembrava un cocomero. Dissi subito a mio figlio che era il caso di chiamare il veterinario.
Il veterinario venne nel pomeriggio. Io non c'ero, ero al lavoro. Ci spiegò che a Billo si era girato lo stomaco. Una torsione, disse, chiuso da tutte e due le parti, come una caramella. Lo misero sul tavolo del giardino, lo addormentarono e provarono a salvarlo inserendo un tubo per farlo sgonfiare.
Non durò molto.
Mi telefonò il mio compagno. Mi disse che Billo se n'era andato.
Cominciai a piangere lì, al lavoro.
Prima che tornassi a casa lo avevano già messo sotto terra. Non l'ho più visto. E forse è stato meglio così, perché non ce l'avrei fatta.
I miei figli avevano undici e sedici anni. Erano tristi, eravamo tutti molto tristi. Ma c'era Jack.
Jack era il nostro West Highland, otto chili di cane bianco. Coccoloso, ma con il suo caratterino. Non voleva essere toccato quando mangiava — anche se, di tanto in tanto, se lo faceva fare. Con Billo giocavano, e quando esageravano bisognava allontanarli, perché la differenza di taglia era troppa. Jack era anche l'unico che veniva in barca con noi, in Grecia, dove rimanevamo mesi: otto chili di cane bianco tra il mare e il ponte, come se fosse nato lì. Dopo Billo, Jack rimase l'unico cane di casa.
E in casa mancava qualcosa.
I miei figli non volevano soffrire di nuovo. Non vollero sentir parlare di un altro cane, e così Jack rimase da solo per qualche anno. Io aspettai. Non volevo forzare nessuno.
Poi, senza bisogno di convincere nessuno, arrivò il momento.
A una decina di chilometri da casa nostra, ai Castelli Romani, una famiglia aveva una cucciolata di pastori tedeschi alsaziani. Erano una dozzina. La prima volta ci andammo in tre: io, mio figlio Chicco e il mio compagno.
I cuccioli ci vennero incontro tutti insieme, come fanno i cuccioli. Ma il mio sguardo cercava sempre lo stesso.
Tornai a vederli cinque o sei volte.
Non perché non fossi sicura. Ero sicura. Ma volevo vederlo crescere prima di prenderlo. Non volevo mancare niente. Ogni settimana era un po' più grande, un po' più sveglio, e io volevo esserci anche per quello.
Per riconoscerlo subito in mezzo agli altri, ebbi un'idea: gli feci mettere un piccolo fiocco rosso. Glielo mise l'allevatore, mentre io ero lì. Furono contenti anche loro: così nessuno si sarebbe sbagliato.
Appena arrivavo cercavo quel fiocco.
Lo prendevo in braccio, lo stringevo al petto, lo riempivo di baci e lui mi leccava. Tra tutti, secondo me, era il più bello e il più forte. Aveva il mantello scuro. Da "dark", scuro in inglese, nacque il suo nome, reso un po' più mio, più italiano: Darko.
Forse avevo già scelto prima ancora di ammetterlo.
Era marzo. Darko aveva due mesi.
Quando finalmente venne il giorno di portarlo a casa, non stavo semplicemente prendendo un cane. Stavo aprendo la porta a qualcuno che, da quel momento, avrebbe cominciato a occupare ogni spazio della mia quotidianità.
E, se oggi potessi tornare da quella Patrizia che teneva in braccio il cucciolo con il fiocco rosso, forse le direi soltanto:
"Non ti azzardare a lasciarmi."
Perché è questo che, col tempo, Darko è diventato per me: una presenza dalla quale non vorrei separarmi.
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